Giardini e ricostruzione, la nuova vita parte anche dalle aree verdi. Intervista con la Dottoressa Brignardello

La Dottoressa Alessia Brignardello, Botanica Paesaggista

Giardini e ricostruzione. Un binomio insolito, che può sembrare sciocco, ma che in realtà nasconde un grande potenziale. Le piante raccontano di una vita che non si arrende, neanche davanti al terremoto, che riparte tenace e ostinata. Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Alessia Brignardello, botanico paesaggista, immaginando anche per Norcia un futuro che dia nuovo valore alle piante autoctone. L’intervista è realizzata dal Dottor Giordano Rossi, botanico naturalista.

Dottoressa Brignardello, lei è specializzata nella progettazione di giardini con basse esigenze idriche, e Vicepresidente AIAPP-LAMS: potrebbe spiegarci quale tipo di studi ha fatto per diventare botanico-paesaggista e qual’è il significato di questa sua scelta professionale?

Dopo la Laurea in Scienze Naturali, il Perfezionamento in “Progettazione paesistica e ambientale” (La Sapienza, Roma) ed il corso di “Impiantista e manutentore di parchi e giardini” (Scuola Agraria del Parco di Monza), ho iniziato ad occuparmi di verde pubblico e privato, cercando di realizzare giardini che potessero resistere al clima mediterraneo e alla manutenzione scarsa di solito garantita alle piante: le lunghe e calde estati mediterranee richiedevano accorgimenti ad hoc e così ho scoperto e praticato  il dry gardening.

Nel frattempo sono divenuta Socia AIAPP (Associazione Italiana Architettura del Paesaggio) e dallo scorso anno Vicepresidente della Sezione AIAPP- LAMS (Lazio Abruzzo Molise Sardegna).

Ho iniziato a tenere conferenze e seminari su questo argomento, allargando poi il discorso anche ad altri aspetti della progettazione sostenibile come la promozione della biodiversità, il riuso dei materiali, la possibilità di includere anziani, disabili e bambini nelle attività di giardinaggio e scoperta della natura.

Dottoressa, lei è anche presidente dell’associazione Giardinidisole, come è nata e quali obiettivi ha l’associazione?

L’associazione Giardinidisole nasce nel 2012 e ha come obiettivo quello di avvicinare i bambini alla natura attraverso il gioco, il divertimento, l’esperienza sensoriale. Abbiamo realizzato attività di “assaggio” della frutta, parkour con materiali di recupero, riconoscimento erbe commestibili, quasi sempre all’aria aperta, ma a volte anche a scuola, portando la Natura in classe, come ad esempio con il Laboratorio “3F: foglie fiori frutti”, la realizzazione del compost, la scoperta del mondo delle api, e della collaborazione piante-animali nell’impollinazione.

Vorremmo allontanare il più possibile i bambini da tablet, pc, telefoni e schermi di vario genere per farli tornare a vivere la vita reale piuttosto che quella virtuale, una vita 3D!

Giardinidisole vuole anche promuovere la cultura del verde sostenibile. Siamo partiti dalla gestione della risorsa acqua, perché come dice Gilles Clément “ L’acqua non appartiene all’uomo, ma al Pianeta” e quindi abbiamo pensato che fare dei giardini a basso consumo idrico sia una cosa estremamente importante.

Vari studi scientifici ci dicono che le falde acquifere, in alcune zone del Pianeta tra cui l’Italia, si stanno esaurendo a causa del riscaldamento globale e quindi è arrivato il momento di progettare giardini a basso consumo idrico. Non sprecare acqua significa usarne di meno (aspetto quantitativo) e non inquinarla (aspetto qualitativo: se inquinata, l’acqua non è utilizzabile e dunque persa in ogni caso).

In altri Paesi del mondo a clima mediterraneo come il nostro, i dry gardens, ovvero i giardini asciutti, sono una realtà già da molti anni ed esiste una vasta letteratura sull’argomento con esempi di giardini e parchi molto belli, criteri progettuali, elenchi di piante e tecniche di manutenzione ad hoc.

Giardinidisole oltre ad essere un’associazione con scopi sociali, è anche un luogo concreto?

Certo!  “Giardinidisole” sta realizzando un giardino asciutto, in cui si coltivano piante mediterranee autoctone ed esotiche a basso fabbisogno idrico che “educhiamo” a ricevere acqua ad intervalli di tempo più lunghi, esattamente come accade in ambiente mediterraneo. Stiamo osservando come crescono e a breve inviteremo anche paesaggisti, tecnici comunali e cittadini interessati a visitare il giardino per conoscere da vicino piante e tecniche salva-acqua.

La maggior parte di noi innaffia più del necessario, ma in realtà la pianta può essere educata ad allungare le radici e quindi a cercare e trovare l’acqua in profondità. Piante allevate in questo modo diventano più resistenti alla siccità: allungando  i tempi tra una irrigazione e la successiva, la pianta produce radici più lunghe e diventa così più resistente allo stress idrico e capace di fronteggiare il cambiamento climatico.

Quindi è importante unire non solo l’aspetto economico e di rispetto dell’ambiente, ma anche quello sociale di educazione ambientale?

Lavorare insieme per un comune obiettivo è un’esperienza molto importante perchè ci si muove all’aria aperta, si beneficia del contatto con la natura, si socializza in modo costruttivo, si vedono e si toccano i risultati del proprio lavoro: la progettazione partecipata e il coinvolgimento nella realizzazione e manutenzione di uno spazio verde, sono attività che in futuro dovranno diffondersi sempre più.

Considerando poi che i fondi delle amministrazioni sono sempre più scarsi, il volontariato diventa importante anche sotto l’aspetto economico, oltre che sociale.

Progettare, impiantare e curare un parco o un giardino secondo lei è solamente un modo di agire o anche un modo di pensare il parco o il giardino?

Quando ho iniziato a svolgere questa professione, progettavo, realizzavo e davo indicazioni sulla manutenzione, limitandomi agli aspetti tecnici. Ora invece ho capito che, specialmente lavorando nel pubblico, la progettazione di un giardino o di un parco ha importanti implicazioni sociali e per questo richiede un continuo confronto tra diverse figure professionali (architetti, agronomi, paesaggisti, botanici ). Bisogna anche coinvolgere la comunità, e ascoltarne i desiderata. La progettazione e manutenzione partecipata hanno un risvolto sociale importantissimo, le persone anziane, ma anche i bambini, spesso vivono una grande solitudine, che solo lavorando assieme può essere “debellata”.

Oggi ci troviamo a Visso che è una zona terremotata, io personalmente vengo da Norcia sempre in zona terremotata, uno dei tanti suoi progetti ha interessato il restyling di un terrazzo a l’Aquila, proprio nel periodo post-terremoto. Che tipo di esperienza è stata quella e cosa consiglierebbe ai privati e alle amministrazioni che attualmente si trovano ad affrontare questa situazione?

Restaurare quel giardino è stata una grandissima

Il terrazzo de L’Aquila prima dell’intervento di restyling

emozione! Era un giardino pensile di un palazzo che ha resistito al sisma: abbandonato da almeno 3 anni, quando ho iniziato a fare i rilievi,  intorno c’erano solo palazzi fatiscenti. L’emozione era legata al fatto che stavamo riportando la natura in città ovvero la vita!

Piantare fiori significa tornare a vivere, indica che le persone riconquistano il loro territorio, si rappacificano con la terra che li ha “traditi”: quando davanti alle SAE vedo giardinetti che traboccano di fiori, o ai davanzali delle case che hanno resistito si affacciano gerani e petunie, ho la certezza che c’è di nuovo vita e quindi speranza!

Ma oltre ai fiori che il cittadino pianta spontaneamente, questi nuovi villaggi hanno bisogno di spazi verdi realizzati come si deve, in cui la progettazione/realizzazione sia partecipata e al contempo affidata a chi le piante le conosce davvero e soprattutto a chi conosce la flora spontanea dell’Appennino. Sia Visso che Norcia hanno la fortuna di trovarsi in una zona bellissima e protetta, in un paesaggio montuoso unico al mondo e per questo meta di turismo internazionale.

Se in mezzo alle SAE continueremo a piantare siepi di lauroceraso e alberi di prunus a foglia rossa o di ippocastano, invece delle specie della nostra bellissima flora, danneggeremo il paesaggio perchè non permetteremo a queste nuovi insediamenti di armonizzarsi con il contesto.

La terrazza de L’Aquila dopo l’intervento di restyling

Lei in concreto quindi cosa vorrebbe proporre?

Per poter piantare le specie autoctone, cioè spontanee, propongo di creare una filiera virtuosa del verde che inizi con la raccolta dei semi di alberi, arbusti ed erbacee che crescono spontanei nel Parco dei Monti Sibillini; le plantule ottenute vengono poi donate ai bambini delle scuole primarie che, dopo aver progettato insieme ad un esperto e magari anche a genitori e nonni, i “loro” spazi verdi, il 21 Novembre (giornata nazionale dell’albero) le mettono a dimora negli spazi sia comuni che privati dei villaggi SAE; la manutenzione viene poi affidata a chi abita lì e ha la possibilità di curare le piante e di godere della loro fogliatura, fioritura, profumo e ombra estiva.

Nel meraviglioso Giardino della Flora Appenninica di Capracotta (Orto botanico di Capracotta con cui la dottoressa collabora, ndr) crescono già molte delle piante che potrebbero trovare un posto al sole qui nel cratere sismico: mi auguro che l’Ente Parco si attivi al più presto per avviare una collaborazione in modo che a Settembre, con la riapertura delle scuole, questa filiera possa concretizzarsi. Servirà l’aiuto dei Carabinieri Forestali e dei vivai forestali regionali, ma si potrebbe pensare anche a cooperative di giovani che abbiano voglia di mettersi in gioco e di lavorare per e nel territorio.

Norcia sappiamo tutti che è conosciuta per il tartufo nero pregiato e il prosciutto crudo I.G.P, e se fosse conosciuta anche per un evento riguardante il verde naturale?

Mi sembra un’idea bellissima, però non dovrebbe essere il solito flower show, perché ce ne sono già tanti, potrebbe avere un obiettivo diverso, ad esempio radunare i vivaisti che producono piante autoctone e far capire a visitatori, progettisti e amministrazioni che una nuova filiera di produzione e utilizzo di piante autoctone è auspicabile e possibile! In Lombardia già esiste da tempo un vivaio che produce piante a partire dai semi raccolti nella zona.

L’evento potrebbe poi far conoscere e promuovere tante altre attività compatibili con le finalità del Parco, per invitare i giovani a venire a vivere e lavorare qui: il turismo sostenibile con tutto il suo indotto e molti altri nuovi lavori permetterebbero di rallentare lo spopolamento dell’Appennino, garantirebbero la tutela dell’ambiente e quindi del paesaggio e promuoverebbero la ricostruzione, non solo delle case e dei paesi, ma anche del tessuto sociale ed economico.

E’ necessario che le istituzioni lavorino in sinergia per trasformare un problema (la ricostruzione nel cratere sismico) in una opportunità, ovvero fare di più e di meglio rispetto al passato per riportare l’Appennino ad essere il cuore verde e pulsante di vita del nostro Paese.

4 commenti
  1. Francesca
    Francesca dice:

    Intervista molto interessante e piacevole soprattutto per una profana,come me, sull argomento. E’ sempre una riscoperta sapere cosa il nostro territorio puo’ regalarci,soprattutto citta’ colpite dal sisma, che cercano di riportare all occhio quel valore che ci rende tra i Paesi piu’ affascinanti! Venire a conoscenza, poi, del progetto Giardinidisole, mi ha entusiasmato!Grazie

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  2. Maria Teresa Campagna
    Maria Teresa Campagna dice:

    Grazie! Una analisi veramente puntuale, con presupposti e sviluppi progettuali costruttivi e praticabili, che tengono conto , oltre che dell’estetica, dell’etica dell’ambiente. Proposta di grande suggestione ed utilità anche dal punto di vista didattico, e non solo per i bambini…

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  3. Noemi orazi
    Noemi orazi dice:

    Molto bene che ci sono ancora persone che “ascoltano”il territorio. A Visso era presente il giardino botanico “Parco Iaia”non so cosa ha combinato il terremoto. Ma era eccezionale non solo per la varietà di piante,ma per gli affioramenti rocciosi e per il panorama

    Rispondi

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