Se l’orto rende l’uomo vivo

La ricostruzione post sismica può passare anche dalla cura degli orti? Sembra strano ma in realtà è così. L’orto è una terapia, come spiega in questo articolo la Dottoressa Alessia Brignardello (che abbiamo già intervistato qui), esperta in Progettazione paesistica e ambientale e Vicepresidente AIAPP LAMS.

L’orto rende l’uomo vivo

Il proverbio dice “l’orto vuole l’uomo morto” per intendere che la cura di un orto richiede molto lavoro e molta fatica. Ed è vero, ma è vero anche che dà molta soddisfazione perché ci permette di avere verdura e frutta fresca, magari anche biologica perché non usiamo agrofarmaci e la consapevolezza di aver inquinato di meno perché è a kilometro zero non essendo stata trasportata da altre parti del Paese e a volte del Mondo (vedi limoni, susine, pere che arrivano nei nostri supermercati dal Sudamerica o dalla California….).

Ma ciò che offre la cura di un orto è molto di più, perché scopriamo che siamo in grado di far crescere la vita, di curarla e di ricavare dal nostro lavoro cose belle e buone: è una terapia che ci permette di uscire dalle stanze buie in cui, nel corso della nostra vita, ci troviamo a passare e dalle quali non sempre siamo in grado di uscire da soli.

Le cose che ci accadono non sempre dipendono da noi o dagli altri, a volte sì, ma a volte sono legate ad eventi molto più grandi di noi e devastanti e imprevedibili.

Il terremoto dell’Agosto-Ottobre 2016 che ha colpito l’Appennino Centrale ha devastato un territorio molto grande e imposto ai suoi abitanti un esodo forzato verso altri luoghi: stanze d’albergo o appartamenti nei quali vivere il proprio disagio, metabolizzare il dolore per la perdita della propria casa e a volte dei propri cari. E poi il ritorno: nelle SAE, casette di legno organizzate in villaggi temporanei, ciascuna con il suo giardinetto e degli spazi comuni da condividere e nei quali cercare di ripristinare il tessuto sociale, le relazioni umane, condividere una comune speranza di ripresa economica. Tempi lunghi, burocrazia, incertezza. E’ una stanza ancora buia, bisogna cercare di fare luce.

Come? Si sta organizzando una biblioteca diffusa perché i libri ed il loro scambio sono un modo per incontrarsi, parlarsi e riallacciare amicizie o crearne di nuove. Esattamente quello che avverrebbe con i semi e le piante: lo scambio e la condivisione di suggerimenti colturali ed esperienze consentirebbe di trasformare la cura dell’orto in una cura dell’anima. Gli anziani ed i bambini delle scuole, in un unico grande progetto, potrebbero insieme creare e curare sia orti che piccoli giardini. Così si potrebbero coltivare il futuro, valorizzare e tramandare le tradizioni del passato e trasformare, almeno in parte, un evento catastrofico come il terremoto, in una occasione di ricostruzione di un tessuto sociale ormai sfilacciato dallo spopolamento di questa area bellissima, ma marginale dell’Appennino.

 

La solitudine dei bambini digitali, che non sanno più usare le mani ma solo le dita sugli schermi e quella degli anziani, che non hanno altro da fare che sedersi anche loro davanti ad uno schermo potrebbero unirsi e trasformarsi in una grande opportunità: coltivare un orto ed un giardino, fare pace con la terra, quella terra che ha tremato forte, ma senza volerlo, e riaffondarvi le proprie radici per coltivare la speranza e la voglia di vivere.

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